La ricerca curata dal Censis per conto della Camera di Commercio di cremona viene presentata al pubblico. Sono i risultati di questa indagine, che viene riportata in allegato, a far crescere la consapevolezza della necessità di pensare al territorio di Cremona all’interno di uno scenario più ampio.

L’indagine veniva cosi introdotta:

Il processo avviato dai diversi soggetti attivi all’interno della provincia di Cremona di analisi, di confronto e di proponimento è un processo di reazione ad una situazione di difficoltà dovuta alla carenza di strategie nel campo dell’innovazione che può portare il territorio a perdere quelle caratteristiche di competitività che per anni lo hanno caratterizzato.

La fotografia che l’indagine ci restituisce non è molto diversa da quella delle altre province italiane economicamente mature e da quella che noi stessi del Censis abbiamo descritto in più riprese nel passato. Gli asset positivi del territorio si sostanziano negli alti valori del reddito pro capite, nei tassi di disoccupazione su valori fisiologici e in una capacità produttiva elevata. Di converso, i punti di debolezza rimangono quelli di sempre: una struttura produttiva relativamente debole, un isolamento geografico dovuto alla distanza dalle grandi direttrici di comunicazione e una cultura imprenditoriale tradizionale poco propensa al cambiamento.

E’ possibile, in questo contesto, individuare una specificità della provincia che può costituire il punto di partenza per l’individuazione di un nuovo paradigma di sviluppo del territorio? Sicuramente l’evidenza dimostra che qui non si riscontra la crisi dei soggetti intermedi che invece penalizza molte altre province dei nostri territori più vitali ma, anzi, una capacità di governo basata su scelte fortemente condivise dai diversi attori locali.

Lo stesso dispositivo di indagine avviato, di cui questo rapporto rappresenta il primo prodotto, nasce su iniziativa di diversi soggetti locali la Camera di Commercio, la Cassa Padana, il Comune e la provincia di Cremona, l’AEM e, sin dall’inizio, è stato gestito con una logica inclusiva e di confronto diretto con tutti gli altri soggetti attivi a livello territoriale.

D’altronde il tema affrontato, quello dell’innovazione, presuppone l’adozione di un approccio che vada oltre la logica settoriale o la prospettiva di una singola istituzione o impresa locale. E’ un tema, infatti, complesso e articolato, dalle diverse sfaccettature ed estensioni anche perché, nel caso specifico, il concetto di innovazione adottato non si riferisce solo alla dimensione tecnologica ma anche a quella organizzativa, di prodotto, di processo e dei modelli commerciali. Un tema, inoltre, che travalica la pura lettura provinciale ma le cui implicazioni sono anche di carattere nazionale ed internazionale. L’Italia, infatti, lamenta un forte deficit nel campo dell’innovazione. Le statistiche internazionali, siano quelle della Commissione europea tramite l’European Innovation Scoreboard o quelle delle World Economic Forum tramite l’Innovation Index, restituiscono un giudizio inequivocabilmente negativo in merito alla capacità del nostro Paese di sostenere l’innovazione necessaria a mantenere una posizione competitiva nello scenario internazionale. Gli indicatori relativi alla percentuale del PIL spesa in ricerca e sviluppo, agli investimenti fatti in formazione, alla capacità di registrare brevetti denunciano una forte arretratezza non solo nei confronti degli altri stati europei ma anche rispetto a diversi paesi in via di sviluppo. Ma il punto è un altro. L’80% del divario di spesa in innovazione e ricerca esistente tra l’Europa e gli Stati Uniti, ci dice la Commissione, è accumulato all’interno delle imprese. Negli Stati Uniti si fa ricerca nelle università, negli istituti specializzati ma, soprattutto, all’interno delle aziende che investono una discreta parte del loro fatturato in Ricerca e Sviluppo per essere competitive a livello mondiale. Le caratteristiche strutturali delle imprese europee, e italiane in particolare, diventano allora un drammatico fattore inibente. Il nostro sistema imprenditoriale è fatto di piccole e piccolissime imprese: dal 1991 al 2001 le imprese con un solo addetto sono aumentate del 48%, costituendo oramai più della metà del numero delle imprese censite in Italia. Una dimensione, che impedisce la possibilità di internalizzare una attività di ricerca e sviluppo o la sperimentazione di soluzioni innovative nell’organizzazione e nella produzione. I microimprenditori percepiscono la crisi attuale come una difficile congiuntura e non si rendono conto che in crisi non è solo il mercato ma i modelli e la strategia con cui affrontarlo. Utilizzano categorie interpretative elementari per cui attribuiscono all’entrata in vigore dell’euro, e quindi all’impossibilità di svalutare la moneta, una delle cause principali della perdita di competitività, così come si appellano all’introduzione di dazi per contrastare la crescente competizione proveniente dai paesi asiatici.

L’impresa, la microimpresa accumula, così, un deficit di innovazione che non le permette di raccogliere la sfida del nuovo contesto competitivo. Le indagini svolte su questo tema negli ultimi tre anni dal Censis confermano questa situazione, e la ricerca condotta su un campione di imprese della provincia di Cremona ci da la possibilità di declinare il fenomeno a livello locale.

Benché la provincia di Cremona sia interessata da importanti iniziative di implementazione tecnologica, prima fra tutti la rete a banda larga diffusa in buona parte del territorio, e da esperienze pionieristiche di soluzioni integrate a disposizione del territorio, quali e-cremona, il tessuto imprenditoriale si caratterizza, al contrario, per una bassa propensione all’innovazione (in tutte le sue dimensioni), una scarsa diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e una scarsa attitudine alla collaborazione. Solo 31 aziende su 374 dichiarano di aver partecipato negli ultimi tre anni ad una qualche iniziativa in collaborazione con altre imprese, enti locali, università, ecc. Quando ci sono state, le iniziative di collaborazione si riferiscono ad iniziative a basso valore aggiunto come, ad esempio, la partecipazione a fiere. Al contrario, non si è spinti a collaborare perché tale attività viene considerata un costo inutile per l’azienda e perché si ritiene più utile lavorare da soli. Da qualsiasi dei due punti di vista si affronti la questione, quel che è certo è che il collegamento tra innovazione e competitività non è negabile e che la situazione cremonese può sul medio e lungo periodo rivelarsi preoccupante se non si immaginano interventi ad hoc finalizzati ad invertire le tendenze in atto. Un approccio che relega non solo la provincia di Cremona ma l’Italia intera in una posizione anomala rispetto agli altri Paesi europei. Secondo l’indagine europea Innobarometro, infatti, la percentuale di imprese che in Italia collabora o ha collaborato negli ultimi due anni all’interno di network con altre imprese, con università o altri centri di ricerca è inferiore sia alla media a 15 sia alla media calcolata includendo i dieci paesi appena entrati nella Comunità. Non solo, le imprese italiane sono tra quelle che di meno hanno usufruito di incentivi e supporto pubblico a collaborare. Al contrario, tra i paesi più competitivi come la Finlandia, non solo le imprese dimostrano la migliore propensione a collaborare ma sono anche quelle che ricevono il maggior supporto pubblico.

Probabilmente è proprio questo uno dei punti centrali della ricerca. Il nanismo imprenditoriale è, allo stato delle cose, un fenomeno dal quale è impossibile prescindere. Non si tratta di essere fautori di un modello (quello del piccolo è bello) piuttosto che di un altro a favore della grande industria ma di capire come rendere competitivo un tessuto imprenditoriale prevalentemente molecolare. La capacità di portare una cultura dell’innovazione, di prodotto, di processo, organizzativa e semantica all’interno della piccolissima impresa diventa fattore cruciale per sviluppare prodotti di nicchia e di qualità da contrapporre alla competizione internazionale. Ma per far questo, poiché soprattutto nelle piccole imprese l’innovazione non nasce dall’interno ma dall’interazione con l’ambiente, la collaborazione, l’aggregazione fra imprese e gli altri soggetti attivi a livello locale diventa il presupposto per lo sviluppo.

Siamo al cambiamento di un paradigma che pone il territorio, piuttosto che la singola impresa al centro dello sviluppo. Il territorio inteso non come semplice contenitore ma come network creativo finalizzato a promuovere processi di crescita e di innovazione. Un territorio che si ispiri, quindi, più ai modelli di learning region, intendendo con learning region un sistema di produzione in cui l’apprendimento, l’adattamento e l’innovazione determinano un percorso di evoluzione continua piuttosto che ai modelli classici di pianificazione.

Ma qual è la strada per costituire un network creativo? Ovviamente non esistono ricette ma modelli ed esperienze di riferimento. Nel presente testo vengono descritte tre esperienze significative per contesti di riferimento e strumenti utilizzati, quella di Estremadura quello di Tampere e quello del Centro Sviluppi Materiali di Castel Romano.

Al di là delle eccellenze internazionali la strada della provincia di Cremona appare già tracciata. La vitalità e le iniziative dei principali soggetti intermedi, per obiettivi delineati e approccio adottato, costituiscono le precondizioni per la costituzione a livello locale di un nertwork creativo in grado di proporre strategie e strumenti operativi. E’ il caso, ad esempio, della presente ricerca, voluta da alcuni dei principali attori locali e finalizzata sia a misurare e definire quei fenomeni fino ad oggi comunque percepiti sia a restituire al territorio stesso, ai soggetti che vi operano, materiali su cui definire obiettivi e strategie comuni. E’ il caso, anche e soprattutto, delle iniziative quali Lineagroup che nasce dall’alleanza strategica tra le principali aziende multiservizi di Cremona, Lodi, Mantova e Pavia che si occupano di servizi pubblici locali introducendo un nuovo modello e concezione di gestione del territorio che supera la mera logica del campanilismo a favore di quella del network in grado di migliorare la qualità sociale e la competitività del territorio.